Perché Cristiano Ronaldo non è solo un giocatore (e perché non dovresti esserlo nemmeno tu)

30 milioni di euro: è l’ingaggio annuale di Ronaldo alla Juventus. E’ tanto? Per un calciatore sì, ma Cristiano Ronaldo non è più un calciatore. Scopri qui perché.

In questi giorni stanno circolando su Facebook diverse analisi sull’affare “Cristiano Ronaldo”.

Analisi tecniche, economiche e sportive che possiamo ritenere più o meno corrette. Non mi interessa entrare nel merito, perché ne hanno parlato esperti ben più preparati di me, in quei settori.

Ma per forza di cose, quando si parla di cifre così alte, ovvero di milioni di euro per un singolo “lavoratore”, si cade subito nell’errore di considerare Cristiano Ronaldo un operaio, un dipendente stipendiato.

E allora sì, che monta la rabbia a pensare alla disparità di trattamento, tra quanto percepisce un operaio medio della FCA, e un calciatore che appartiene comunque ad una società collegata alla FCA.

Beh, l’errore sta tutto qui.

Nel considerare Cristiano Ronaldo un dipendente, un calciatore, o anche solo una persona pagata per fare un lavoro.

No, non sto dicendo che Cristiano Ronaldo sia un extraterrestre, o una divinità. Che lo sia o meno, poco importa in questo articolo.

Il punto è che la Juventus, dal Real Madrid, ha comprato un bene aziendale.

Un asset, come si direbbe usando un linguaggio più tecnico.

Cristiano Ronaldo è prima di tutto un marchio, un Brand, una marca.

Chiamatelo con il termine che più vi aggrada.

E’ un marchio, che porta con sé anche un prodotto; ovvero un giocatore tra i più forti al mondo.

Quindi è un Brand forte, con un prodotto unico.

Agli esordi, Cristiano Ronaldo era un semplice giocatore di calcio.

Un semplice operaio pagato per giocare a calcio. Un operaio che, però, diventava un prodotto per le aziende nel momento in cui lo compravano e vendevano.

Con il tempo, a differenza di moltissimi altri giocatori, Ronaldo ha lavorato duramente per costruire su se stesso, sul giocatore Ronaldo, un Marchio, un brand tutto suo, che oggi vale 30 milioni a stagione, e che ha battezzato CR7.

Cioè, Ronaldo ha fatto su di sé quello che le società hanno sempre fatto di anno in anno sui propri giocatori, i propri prodotti, per acquistarli a poco, incrementarne il valore, e rivenderlo guadagnandoci sopra.

Il Brand si chiama CR7, ma il vero Brand è “Cristiano Ronaldo”.

Mentre i giocatori, soprattutto in Italia, si son sempre fatti trattare come merce, da scambiare, comprare o vendere, come semplici prodotti da mettere in vetrina durante le partite, prodotti di lusso che chiunque avesse abbastanza denaro da comprare, poteva permettersi, Ronaldo ha costruito attorno al suo lavoro un vero e proprio marchio, che potrà sfruttare cedendone i diritti alle aziende, anche quando smetterà di giocare.

Cristiano Ronaldo non è più quindi un semplice giocatore, ma un Franchising, che cede il suo prodotto alla Juventus per giocare in campo, e cede i diritti di sfruttamento del marchio alla Juventus e al altre aziende, per vendere altri prodotti.

Esattamente come fa la Disney con Topolino, Pippo o Paperino. Il fatto che in questo caso il nome del proprietario e del brand coincidano, è ininfluente.

Pensa a Cristiano Ronaldo come a un’azienda che cede il suo prodotto, ovvero il “giocatore Cristiano Ronaldo”, ad un’azienda, in esclusiva, in cambio di 30 milioni all’anno, e cede poi il suo marchio “Cristiano Ronaldo” o CR7, a tante altre aziende, per farci i loro prodotti.

Per noi italiani è un meccanismo nuovo, perché siamo abituati a giocatori che, partiti dal nulla, si sono sempre comportati da semplici dipendenti, fino al ritiro dai campi.

Anche quelli più famosi, alla fine, restavano chiusi nella loro idea di “mi prendo i milioni, me li godo finché ce n’è, e amen, poi si vedrà”.

Altri, un po’ più illuminati, hanno pensato meglio di investirli in borsa o in attività commerciali o in avventure imprenditoriali.

Ma nessuno di loro ha mai veramente creato attorno a sé un marchio da vendere, e da concedere in franchising. Si sono preoccupati di investire i soldi fatti, e non di capitalizzare il proprio brand.

Buffon non è mai diventato un marchio. Del Piero nemmeno. Maldini, Gattuso, Vieri, Totti, Baggio, Balotelli, Cassano. Nessuno di loro si è mai preoccupato.

Gli stessi Rivera o Maradona non lo hanno fatto.

Sono diventati celebrità, sono diventati personaggi, ognuno a modo suo, ma nessuno di loro ha fatto mai il passo in più.

Il passo di creare un marchio attorno al proprio nome.

Oggi non compreresti mai un paio di scarpe marchiate “Maradona”, “Rivera”, “Del Piero”. E non compreresti un paio di scarpe semplicemente perché lo produce un’azienda gestita da loro.

Lo farebbe giusto qualche nostalgico fan accanito.

In Italia i giocatori, di qualunque sport, non sono abituati a far di sé un Brand. In USA, invece, è un’abitudine.

Basti pensare a Tiger Woods, a Michael Jordan, Magic Johnson o LeBron James, giusto per citarne alcuni in sport diversi.

Pochi lo ricordano, ma anche Dwayne “The Rock” Johnson era uno sportivo. Era un lottatore di wrestling, discendente da una famiglia di wrestler, da 3 generazioni.
E anche lui non si è accontentato, come altri wrestler, di diventare un personaggio, ma ha scelto di diventare un marchio.

Molti di loro sono marchi veri e propri che ancora oggi valgono milioni di dollari.

David Beckham l’ha capito, dopo aver giocato in Inghilterra, Spagna e in USA: oggi ha un Brand riconosciuto che in USA vale centinaia di milioni di dollari.

Nel 2016, da ex calciatore, la lega calcio americana gli versò 250 milioni di dollari per lo sfruttamento dei diritti sul suo marchio.

Ha addirittura creato una società, la Beckham Brand Ltd., che si occupa di gestire i diritti dei brand, quello suo e quello di sua moglie Victoria, ex cantante delle Spice Girls ed oggi imprenditrice e conduttrice televisiva.

Inoltre, Cristiano Ronaldo ha avuto una fortuna “naturale” in più, rispetto a Beckham. Il suo nome richiamava già un grande campione, il Fenomeno, Ronaldo appunto.

Questo, a livello di posizionamento, aiuta molto, soprattutto quando ti conoscono in pochi, perché aiuta gli altri a memorizzare il Brand, e spinge la mente del potenziale “cliente” a continui richiami e paragoni (quindi, l’interesse dei media, TV e giornali, quindi le PR).

Il suono, nella memoria, e nella creazione di un marchio, è molto importante. Nel suo caso, il suono del Brand “Cristiano Ronaldo”, richiama ancora oggi alla memoria il suono del nome del Fenomeno.

Ovviamente, per dare maggiore valore al Brand, rispetto a chiunque altro, il calciatore Cristiano Ronaldo ha vinto tutto ciò che poteva vincere.

Ma pensa a quanti calciatori del passato, bravi come e forse più di lui, non hanno saputo capitalizzare la loro fama.

Maradona non è un brand. Platini non è un Brand. Sono due personaggi, si, ma anche due brand mancati.

Il Real Madrid da questo punto di vista è in assoluto la squadra europea che ha meglio compreso questo concetto. Beckham e Ronaldo ne sono esempi lampanti.

In Europa, calciatori come Griezmann, Neymar, Messi e Pogba stanno cercando di fare altrettanto, con alterne fortune.

E se Neymar finisse al Real Madrid, probabilmente sarà il prossimo caso di successo della macchina da soldi del Real Madrid.

In Italia, di calciatori italiani, invece, chi c’è? Nessuno.

Balotelli forse, avrebbe potuto. Aveva una bella storia da raccontare. è già nel giro della nazionale.

Anche Buffon aveva e avrebbe tutte le potenzialità per farlo. Non è mai troppo tardi per creare un Brand. Ma quando comincerà a farlo?

Da calciatore, a personaggio, non basta più: se vuoi diventare memorabile, qualunque lavoro o sport tu faccia, e guadagnare da questo, devi diventare un marchio. Un marchio che puoi “affittare” ad altre aziende, in franchising.

Come Ronaldo.

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